Ultimo film di fantascienza visto

L’ultimo film di fantascienza (ri)visto:

Solaris (1972 - Andrej Tarkovskij)

Versione integrale (in russo con sottotitoli in inglese)

Prima Parte:

La risposta della cinematografia sovietica. Ovvero: Tarkovskij bufiskij

Perché per tanti anni ho evitato Stanislaw Lem come la peste?

Ahimè devo confessare che il povero scrittore polacco non ne ha alcuna colpa.

Oggi ho l’evidenza che sia stato uno narratore importante, visionario, portatore di idee profonde e intuizioni spesso geniali ma anche in grado di scrivere con uno stile raffinato e senza fronzoli. Ora ammetto il mio errore anche se fu commesso in buona fede e, in parte, dovuto a elementi fuorvianti.

Nel mio caso l’elemento fuorviante fu il film “Solaris” di Andrej Tarkovskij tratto, appunto, dall’omonimo romanzo di Stanislaw Lem, .

Solaris: la risposta della cinematografia sovietica a “2001: Odissea nello spazio”. Così fecero scrivere sulle locandine dell’epoca i distributori italiani (da sempre impuniti malfattori) come se, dopo l’allunaggio USA e il film di Kubrik fosse arrivata l’attesa risposta dal blocco orientale. Solaris, per gli intellettuali nostrani, doveva rappresentare il riscatto se non ideologico o tecnologico, almeno filmico che avrebbe rinvigorito l’idea della superiorità socialista ormai languente dai tempi dello Sputnik e di Gagarin.

Ovviamente si trattava del solito marketing furbetto (anche se allora non si chiamava ancora così) applicato a una pellicola il cui effetto speciale più raffinato consisteva nell’inquadratura ravvicinata di un pentolone di borsch in ebollizione, sul quale però penzolava un modellino di stazione spaziale a forma di trottola.

Il film, osannato dalla critica nonché vincitore del premio speciale della giuria a Cannes, è descritto persino da Wikipedia come “in assoluto uno dei più grandi film della storia del cinema e uno dei risultati più alti della fantascienza mondiale”.

Già dopo questa descrizione il proverbiale sopracciglio di Spock avrebbe acquisito una forma ad angolo acuto; stiamo parlando, infatti, di una pellicola che nemmeno il suo regista considerava di “fantascienza” ed era stata rinnegata persino dall’autore del romanzo omonimo, Stanislaw Lem.

Ho poco da aggiungere ai fiumi di inchiostro prodotti dalla critica riguardo a questo film, se non che venti minuti di immagini in bianco e nero delle autostrade di Osaka potrebbero non essere il modo più efficace per comunicare l’alienazione tecnologica del mondo moderno, a meno che tu non sia un abitante di un centro rurale dell’Unione Sovietica o un giapponese pagato per guardare tutto il giorno le telecamere del traffico.

Per quanto mi riguarda - in quanto appassionato di fantascienza e non critico cinematografico, tengo a precisare - “Solaris” sarà per me sempre non un film di fantascienza ma un simulacro che vorrebbe assomigliare alla fantascienza senza capirla davvero.

Paradossalmente questo è anche lo spunto del film. Si parla di un oceano di protoplasma, forse intelligente, così vasto da ricoprire un intero pianeta e così potente da riuscire a estrarre i ricordi degli abitanti della stazione scientifica che lo sorvola, incarnandoli poi in simulacri fisicamente perfetti ma non esattamente umani.

Allo stesso modo Tarkovskij trae dal romanzo di Stanislaw Lem qualcosa che sembra fantascienza ma è solo un involucro apparente, un simulacro privo del nocciolo vitale. Dove per nocciolo vitale intendo quello che è il vero motore della buona fantascienza: il senso del meraviglioso.

Perché questo elemento è pressoché - e forse, volutamente - assente nel film del 1972? Come mai di quella storia ci rimangono solo i dialoghi più o meno criptici, i conflitti interiori del protagonista, l’atmosfera triste e dimessa di un set arredato come una discoteca degli anni ’70 devastata da una serata un po’ troppo alcolica?

In una narrazione che dovrebbe essere incentrata su un oceano alieno in grado di creare delle colossali quanto incomprensibili architetture sulla sua superficie e di fare copie viventi usando solo i ricordi delle persone, ci ritroviamo a seguire le vicende (peraltro filmate in modo sublime) di un tarchiato psicologo dall’aria sudaticcia che non sa come comportarsi di fronte al ritorno in vita di una ex (e chi lo saprebbe?).

Fuori dagli oblò della stazione scientifica, dell’enigmatico protagonista alieno si vede solo il nero o un bianco abbagliante, a quanto pare gli unici suoi attributi che filtrano all’interno.

L’immenso oceano alieno, compare in poche inquadrature come un liquido variegato e schiumoso. La sua unica funzione è quella di provocare espressioni con vari gradi di perplessità nei personaggi nei fotogrammi successivi. In definitiva, è un pretesto per parlare d’altro.

Inutile cercare stupore e meraviglia nelle raffinate inquadrature di Tarkovskij: non erano lo scopo del regista poiché ogni scena del film ne è stata chirurgicamente amputata.

Probabilmente era il vero messaggio di Andrej Tarkowskij: non c’è niente di meraviglioso nel cosmo, in questo universo ci siamo solo noi con le nostre deprimenti esistenze pervase di incomunicabilità, delusione e punteggiate da traumi. A tutti è andata bene così: ai giurati che premiarono il film, ai critici che ne decantano tuttora la perfezione della regia, il rigore nel montaggio, la bellezza della fotografia. Persino la maggioranza degli spettatori hanno apprezzato questa interpretazione nonostante le due ore e quarantasei minuti di proiezione.

Questo modo di vedere la fantascienza non bastò, invece, al me stesso ventenne che ne rimase profondamente deluso. Al punto che bollai il film come “L’astrocorazzata Kotiomkin”, complice una vaga somiglianza del protagonista col giovane Paolo Villaggio.

A quel punto il danno era fatto: in seguito alla visione del film, dentro di me un increscioso presupposto riduttivo legò insieme il film al romanzo condannando Stanislaw Lem alla fossa degli autori reietti, in compagnia di L. Ron Hubbard e di qualche scrittore italiano del quale non dirò il nome nemmeno sotto tortura.

Solo dopo anni mi sono ritrovato a scoprire lo straordinario autore polacco.

Fine Prima parte. (continua nella seconda parte dove si scopre, grazie a un videogioco e ai suoi libri, che Stanislaw Lem era un grande)

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In effetti hai ragione da vendere, i film di Tarkovskij sono belli pesanti, pensati come (appunto) drammi russi dove l’ambientazione è in effetti un pretesto.
Io vidi (o almeno tentai) la versione con mezz’ora extra nella dacia prima del viaggio, in maniera del tutto slegato al resto della vicenda - di cui ricordo veramente pochissimo.
Anche Stalker non è da meno, visto che manca il senso di straniamento che mi sarei aspettato dalla vicenda.
Ahimè non il mio regista preferito…

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Sequenza soporifera, sì. Anche in 2001 ci sono momenti in cui sei tentato di usare il fast forward, ma Solaris non compensa abbastanza: infatti credo di non essere mai riuscito a rivederlo per intero, anche se ci ho provato.

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diciamolo: Solaris è una schifezza.

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Volevo esserne sicuro e l’ho riguardato perché al primo tentativo mi ero addormentato a 3/4

Il romanzo di Lem è decisamente meglio. Tra l’altro l’ebook kindle è gratis per gli abbonati Prime
(come anche “Tutto l’amore disperato delle cose” fino a maggio, per chi non l’avesse ancora letto)

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L’avevo visto e volevo approfittarne per leggero.

Interessante, ne approfitterò.
Visto che dici che è fino a maggio, lo sai perché esiste un modo per capire quando gli ebook finiscono di essere su PrimeReading o è una cosa legata all’editore ?
Io coi libri di Prime ho sempre problemi di gestione dell’ordine di lettura, finisce sempre che qualcuno di quelli che ho in prestito resta disponibile, quelli che non prendo spariscono :frowning_face:

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:face_with_raised_eyebrow: :face_with_raised_eyebrow: :face_with_raised_eyebrow: :face_with_raised_eyebrow:

Sappi che ti perdono

Solaris è un film a cui devi essere preparato e di cui non devi seguire la versione italiana.
E io lo amo.

Il remake con Clooney è un filmetto

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è bello, te lo dico.

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Dopo che ho candidato il libro sono stato avvisato da Amazon che era stato scelto per la promozione. Nella stessa lettera hanno anche specificato quando verranno pagate le royalties, ovvero dopo 30 (err. sono 60, ero mezzo brillo ieri notte) giorni dalla fine della promozione.

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Concordo molto; a suo tempo scrissi una recensione della (terribile) versione italiana e venni attaccato da ogni dove (non qua) per eresia e attentato alla santità.
Devo poi purtroppo concordare in pieno con il paragone dell’attore con Villaggio, al tempo erano due gocce d’acqua, e fatichi a prendere sul serio, porello, Fantozzi sull’astronave.

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Uno Rosso (2024)

Dato che molti esimi cofurumisti l’hanno visto, l’ho visto anche io, e questa è la sua - mia recensione

Classico film natalizio per famiglie, che diverte grandi e piccini. E in effetti è divertente, ha una storia azzeccata, un buon ritmo, ha gli attori giusta, ha una buona fattura, in definitiva le classiche due ore non sprecate davanti a un film, a Natale. In Italia salì solo fino al quarto posto delle classifiche settimanali, prima di approdare rapidamente su Amazon. Io sono per un 6,5, più o meno in linea con il grande pubblico; la recensione di FilmTv, un’unica recensione, forse fu un po’ frettolosa, per quanto in generale la critica tutta abbia bocciato il film; film che è costato un patrimonio senza senso (è fatto veramente benino) e di fatto è stato un mega flop, salvo poi però la questione che su Amazon è al momento il film più visto di sempre, e allora, boh sai te.

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Sì, la terribile versione italiana con la traduzione di Dacia Maraini (che, a suo tempo, seguì l’edizione italiana del romanzo di Lem, un altro crimine nei confronti dell’autore polacco) dove ogni personaggio era caratterizzato, come si usava allora secondo i dettami di Pasolini, da accenti regionali. Persino il sardo.

Il robot selvaggio (2024)

Questo film a cartoni animati è stato primo nelle classifiche settimanali italiane; è stato osannato dalla critica tutta; è andato molto bene al botteghino, anche perché non ha avuto costi faraonici, tanto che si parla già di un probabile sequel. Il grande pubblico è dunque accorso e ha gradito tantissimo; già si vocifera che vincerà a breve l’Oscar nella sua categoria. Dunque, le attese erano belle alte. E invece, abbiamo il consueto filmetto carino. Non un capolavoro, non un filmone. Prima gli aspetti negativi. Tutto, nel film, manca di originalità: dalla storia, ai personaggi, alle situazioni, alle singole scene, si ha sempre l’impressione del “già visto”. Ma proprio di continuo. Ci sono tutte le scene giuste, poi, ma mai scatta l’effetto lacrimuccia. Tutto è al suo posto, si capisca, ma in questo senso, non funziona. Si segue volentieri, si vuole vedere come finisce, ma mai appassiona. Per il resto, la fattura del film è al top delle possibilità, sbalorditiva in vari momenti (vedi l’acqua, ma vedi un po’ tutto). La storia (la quale poi pare quasi una scusa per portare avanti i consueti valori, didatticamente) va solo brevemente accennata: siamo in un prossimo futuro, la Terra non se la passa bene, l’umanità si è riorganizzata, si vede una enorme serra; l’suo dei robot è diffusissimo. Proprio uno di questi finisce per errore su un’isola disabitata e piena di animali. Altro non svelo. Riassumendo, per me film da 7, voto classico per i film carini e simpatici, ma nulla più.

Credo che sia il classico film da cui ti aspetti una boiata, perché la possibilità di trovarsi di fronte ad una collezione sketch senza senso (e.g. Deadpool vs. Wolverine) è elevatissima, quasi una certezza.
Quindi di spenderci i soldi al cinema :roll_eyes: non grazie, te lo trovi su Prime provi a guardarlo.
Nel momento in la gente inizia a vederlo e ci accorge che effettivamente è godibile, fai presto a farlo diventare il primo in classifica.

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Visto ieri.
Imperdibile, ma è Deadpool: o ti piace o lo odi. A me piace.

A me precedenti film con Deadpool mi erano piaciuti parecchio.
Il problema è che questo con Wolverine non è un film, ma un collage di sketch con personaggi presi dai film Marvel.

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Visto anche io ieri, goduto come un riccio.

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E DC Comics

The animal kingdom (2023)

Wow che bel film. A vedere il voto del pubblico (bellino, nulla più) è piaciuto così tanto solo a me. A vedere alcuni critici, invece, sono in buona compagnia. Cenni alla trama: alcune persone mutano. Non si sa perché, sarà una malattia, sarà un virus, sarà la normale evoluzione che ha fatto uno scatto, ma un po’ dappertutto alcune persone si stanno trasformando in animali, o uomini-animali (donne – animali, bambini – animali, e così via) Il protagonista (Roman Duris, attore francese visto spesso, qua, strepitoso) è un cuoco, suo figlio (Paul Kircher, per me sconosciuto, ma figlio di Irene Jacob, per quello forse è bello e bravo, qua è sensazionale e già pare destinato a carriera strepitosa) va al liceo, la madre, ahiloro, è in trasformazione, fatica a riconoscerli, a relazionarsi con loro, pare che pure abbia aggredito il marito, ora è in un centro per “guarirla”, ma la scienza medica è in realtà completamente impotente. Per starle vicino, i due si trasferiscono di città, finiscono in un paesino, il ragazzo va a scuola e il padre trova facilmente lavoro. Già così il film ha avuto dei gran momenti, anche perché diretto da dio da un francese, Cailley, che ora mi segno, perché qua è un grande regista; ok, già il film andava bene, ma la vicenda principale sarà… SPOILER … la trasformazione del figlio. Il film si avvale di una sceneggiatura perfetta, per tempi, logica, credibilità, ha grandi immagini, grandi musiche, insomma mi è piaciuto un casino, tanto che, anche se il suo voto dovrebbe essere un 8, forse anche un 8,5, io sarei infine per il 9, che cavolo.
Bello bello, un po’ un thriller, a volte un horror, a volte se vogliamo fantascienza, ma fantascienza adulta, no spade laser (sorry) o alieni inutilmente cattivi (sorry 2). Qua si esplorano tantissimi temi, alcuni ovvi (la paura del diverso, il processo di crescita, la paura per il processo di crescita, il rapporto padre figlio, i rapporti familiari, l’adolescenza, etc…) ma ciò che conta è il MODO con cui vengono affrontati: sono ca***i, paiono dire i protagonisti, ma non mollano, e anzi, vediamo che si può fare, pare ancora dicano. Ce ne sarebbe tanto da parlare, per uno dei film più belli che ho visto ultimamente, direi però che forse non è un film per tutti, ma, mai come questa volta, di ciò me ne sbatto le balle.