Lo lessi, a suo tempo, mi piacque ma non trovai il guizzo di genialità di cui tutti parlavano. Un romanzo bello, ma “Middlesex” di Jeffrey Eugenides è di gran lunga più bello, ad esempio.
Quel che volevo dire è che i migliori si vedono nel lungo periodo, non nel breve.
Ma è difficile comunque definire “il migliore” in assoluto. È più realistico individuare un insieme di opere sul quale, col tempo, si crea un consenso e che finisce per caratterizzare, per i posteri, una determinata epoca; che si tratti di libri, film o altro.
Certo, anche.
Giusto per capire cosa comprendesse la lista sono andata a cercarla (non so come funzioni questo parametro unlocked_article_code, spero non sparisca
)
L’Amica Geniale è si un buon libro, ma non mi pare certo il migliore di questo secolo.
Qualche anno fa era stata fatta una lista delle liste, in pratica avevano preso un po’ di queste liste famose e fatto una specie di media ed il miglior libro era risultato The Brief Wondrous Life of Oscar Wao (La breve favolosa vita di Oscar Wao).
Però di liste se ne trovano quante se ne vuole.
Personalmente scegliere un miglior libro è una cosa che non riuscirei a fare, ci sono troppi libri che ho trovato “belli”, ognuno con delle sue peculiarità.
Tra quelli che ho letto presenti nella lista The Overstory (Il sussuro del mondo), Between the World and Me (Tra me e il mondo), Gli anni di Annie Ernaux, A Brief History of Seven Killings (Breve storia di sette omicidi) sono tutti libri splendidi, che consiglierei di leggere a chiunque.
Alla fine penso che queste liste siano interessanti per scoprire libri da leggere che magari uno non conosce, per esempio non avevo mai sentito parlare di 2666 di Roberto Bolaño, che sembra molto interessante.
Nella lista sono presenti alcuni titoli SyFy o considerati tali.
The Underground Railroad, Never Let Me Go, Cloud Atlas, The Fifth Season, The Plot Against America, Exit West, Station Eleven.
Io avrei messo decisamente altro ![]()
Della lusta ho letto Postwar, molto interessante e la pastorale americana, così così.
Gli altri non mi attirano.
Anche a me in ha fatto impazzire ma c’erano molti dettagli interessanti, come i riferimenti al terrorismo di sinistra americano.
“The Plot Against America” e “Never Let Me Go” sono gli unici cosiddetti di scifi che meritano davvero di stare in quella lista, si tratta però di Philip Roth e Kazuo Ishiguro, due autori immensi e imperdibili come moltissime altre cose che hanno scritto.
Direi che ho letto solo Plot Against America (che tra l’altro ha un inglese ultrascorrevole), Persepolis (che è un fumetto), la Quinta Stagione, la Strada,
La terra spezzata mi è piaciuto.
Ho finito sur la dalle di fred Vargas.
Un po’ deludente: se nei precedenti romanzi ciò che trainava la lettura era l’immenso personaggio svagato e strambo di Adamsberg, mentre il fulcro erano le leggende, le storie, la cultura e le particolarità della regione francese, qui tutto questo manca. Si parte come al solito, ma poi l’autrice si concentra troppo sulla vicenda poliziesca e tutto diventa assolutamente ordinario.
Peccato.
Ho letto solo la trilogia degli evangelisti.
Finito anche Primo Contatto, Urania Millemondi Estate 2022 - quindi con appena due anni di ritardo! Evvai sto rimontando!!
Dunque, bella ma non bellissima antologia. E secondo me, c’è un problema anche di editor che avrebbe dovuto limare qualche spigolo evidente a me lettore.
Ci terrei a commentere un poco ogni racconto (che poi non son tantissimi, c’è una lunga appendice con un saggio sulle donne e la FS saggio apparso anche in altre riviste anche se temo in forma accorciata - non ho voglia di controllare)
L’aliena dalla pelle di luna è un racconto carino, veramente fantascienza sui generis. Una escursione di coppia in montagna andata a male incontra la salvezza grazie ad un incontro particolare e un patto. Non male, mi ricorda i racconti della EC comics degli anni ‘60, anche se è così leggero che ho come il sospetto che l’autrice non abbia messo a fuoco il punto cruciale/peculiare della storia. Se no, è solo una storiella.
Queste infinite colline è invece una esperienza di colonizzazione che deve far fronte alla vita indigena che non è per nulla come quella attesa, ma non meno pericolosa. Meno ingenuo del precedente, è interessante.
Il bllop mi ha fatto grattare il capo. Ha una buona idea, non originale ma buona (il messagio dallo spazio), mette su un mondo con un certo spessore (che si sta riavendo da un disastro planetario) e mette insieme dei personaggi che interagiscono, spiccando dal fondo. Eppure alcuni “svarioni” ci sono e mi hanno fatto rileggere la pagina due volte per vedere se non avessi capito male io. Davvero, come si fa a dire nella prefazione che l’autore ha ascoltato i consigli per migliorarlo quando si parla di ologrammi sott’acqua? Davvero i protagonisti trovano la controparte terrestre del segnale perché la parola bloop era stata usata in passato e in un dizionario ci sono data e coordinate? La spiegazione finale come si riallaccerebbe con quanto trovato? Sicuri che non mi state prendendo in giro? Insomma, ha delle ottime potenzialità ma ha molti dettagli dilettanteschi che si potevano correggere facilmente. Non oso pensare alla forma originale…
Sabotaggio è un piccolo giallo con tanto di colpi di scena e flashback, ben orchestrato e fluido. Insomma, qui siamo un gradino sopra.
Nella serra capovolge un po’ l’idea di contatto alieno, svolgendosi in una sorta di TAZ dentro una foresta. Avrebbe potutto facilemente scadere e invece funziona tutto. Molto bene, direi.
Travelers in pink è innanzitutto un’invasione memetica, dove una serie televisiva ha fin fin troppo successo. Devo dire niente male davvero.
Pianeta viola ha una scrittura più esuberante degli altri e mette nel piatto un tot di idee anche valide, se pur tradiscono una certa età dell’autore e certe convinzioni che esistono nella testa di qalcuno e basta. Tipo ascoltare musica classica sarebbe sconvveniente nel futuro ultra consumistico - no dico, davvero credi una cosa del genere? In un mondo dove esiste la trap deavvero ti devi scomodare a scoraggiare la classica. Ma andiamo!!! E poi la storia del consumismo ervasivo l’ho letta un sacco di volte, e sempre l’ho trovata goffa. Tutto sommato, va davvero benone, al netto di qualche dettaglio.
Fossa Medusae, signori, fermiamoci un attimo peché questo è un racconto davvero di serie A. Un racconto scritto egregiamente, sapientemente orchestrato, personaggi davvero tridimensionali, con una storia accattivamente: un cosmonauta russo in disgrazia è chiamato a fare di soppiatto un lavoro sporco sulla neonata colonia di marte. Ecco, scusatemi ma avrei bisogno della vostra opinione, però c’è uno spoiler nel finale, il protagonista trova chi doveva ma costei lo minaccia. Lui pensa che in fondo una soluzione ci sarebbe, salvando forse la pellaccia a tutti. E fine. E la tizia? la minaccia? Tutta la fatica fin lì? Niente, il finale tronca così. Ma per Ercole di Ercolano!?!?davvero non si poteva chiudere con una frase “Avrei una proposta da farti.” che ricongiungesse tutto anziché troncare??? ma davvero le noto solo io 'ste cose??? insomma un racconto da applausi con un dente storto. Amen.
Oltre l’event horizon è la storia di un ammutinamento in un vascello spaziale alla vista degli alieni. Bello, ma niente di eccezionale.
I riparotri dell’ordine sembra scritto da una quindicenne. Sembra di leggere delle fatine e della magia della musica. Mi ha lasciato notevolmente perplesso.
se ci chiamano dei mi ha fatto un po’ arrabbiare. una storia scritta bene, con carattere, forte e che vorrebbe essere emotiva, è gioco retorico (dove si usa come sfondo ancora la tragedia dell’olocausto, che essendo un evento così immane, evocarlo significa giocare facile se vuoi creare emotività) che punta tutto sulle contrasto tra la presunta perfezione (in realtà mai esplorata o esposta, ma solo buttata lì come leitmotiv - anzi, visto quel che subisce, personalmente mi chiedevo come tenere tutti i discorsi assieme) contro la crescente umanità della progonista. E per aggiungere il carico da 90, ci butta dentro delle frasi poco felici, che credo l’autrice considerasse ad effetto (di nuovo, la retorica). Ecco, se si deve parlare di tragedie, o si fa con la dovuta profondità, o è meglio astenersi, perché essere superficiale con situaizojni estremamente dolorose è un terreno su cui non mi addentrerei. E tutto per un raccontino? Insomma, una ottima scrittura piegata a brutta china. Onestamente, non mi piace la manipolazione così grossolana delle emozioni.
un tipo diverso di silenzio è davvero un buon racconto, che vede il lato meno eccitante e più “autistico” della ricerca. Pccato che il finale sia poco sviluppato.
sole? imbastisce un bello sfondo, scritto bene, ma temo di non aver capito bene il punto fnale. ma va bene anche così, è una bella lettura senza troppi giri.
Finito il Paese più bello del mondo. E scritto subito all’autore, per complimentarmi e angariarlo a dovere…
Recensione a seguire.
Finito (da qualche tempo) I Giardini della Luna. Visto che ho un po’ di tempo, sono risuscito a far funzionare nuovamente il monitor sostitutivo e la gatta vuole poter stare a tutti costi un po’ in braccio (finalmente il clima permette), ne approfitto per dare un parere globale.
Nel complesso mi è piaciuto, la sua forza e la sua debolezza sono la marea di “materiale” che si vuole proporre al lettore.
Per riuscire a mantenere entro una lunghezza accettabile la scelta è quella di dare complessità e ampiezza, senza andare troppo in profondità.
Quindi alla fine hai delle cose che sembrano saltare fuori dal nulla o personaggi sui potresti scriverci libri a parte che sono un po’ sacrificati nell’incedere delle vicende.
Sarebbe interessante capire se rima dell’editing il libro fosse più dettagliato. Controllando pare che dal terzo volume in poi i libri siano più lunghi, quindi magari l’editor ha tagliato meno, visto che i romanzi avevano successo ![]()
La conseguenza di quanto detto è che è quasi impossibile andare in profondità, alla fine ci sono 300 mila anni di storia, una marea di personaggi di vario tipo (dei, uomini, maghi, etc…), un mondo da esplorare … veramente troppo per essere trattato senza fare delle scelte.
Personalmente ho apprezzato un libro dove ci fosse una vera complessità, al posto del solito bel personaggio o di un world building molto dettagliato.
Questo dipende probabilmente dal fatto che ultimamente i libri veramente complessi sono sempre meno, troppe volte mi sono trovato a guardare indietro e notare che alla fine la storia poteva essere sintetizzata in poche frasi.
Ho finito di rileggere il Dizionario filosofico, di Voltaire (1764 e seguenti).
Mi ricordo quando, circa 40 anni fa, da una antologia scolastica di brani e autori stranieri, mi segnai un elenco di nomi e libri da approfondire. Tra questi, ai primi posti, c’era proprio questo libro, dunque mi recai in libreria, nel reparto classici, fino a quel momento estraneo ai miei interessi e riservato, pensavo, ai “grandi”, e con mia sorpresa scoprii che il libro c’era, che esisteva, eccolo là, bel bello, oltre 600 pagine, edizione 1981, costo 5.000 lire, ma vabbè, vuoi mettere andare alla cassa con un libro così, a quell’età, ti senti importante.
La sorpresa più grossa fu al tempo scoprire che anche un saggio può essere una gran figata. Magari non tutto era chiarissimo, per la mia cultura del tempo, ma in generale trovai il libro fantastico.
Tanta acqua è passato sotto e sopra i ponti; a rileggerlo, però, il parere non cambia, e mi trovo d’accordo vieppiù con Montanelli, quando diceva che a volte è un piacere e bisogna tornare ad abbeverarsi da Voltaire.
Sono innumerevoli i passaggi che mi sono segnato; ho ritrovato un libro molto molto interessante, spesso anche divertente. Non me lo ricordavo così antisemita il Voltaire, però, anche se è un metro di paragone che useremmo più oggi…direi che però spesso lo era, mentre altre volte rimaneva un po’ borderline. Ma ne ha anche per altri: per gli Egiziani, per Aristofane…
Come è noto, il libro fu un gran successo e venne duramente attaccato…che dico attaccato, la Chiesa organizzava falò in piazza, di questo libro.
Eppure Voltaire è cristiano senza dubbi, forse oggi lo diremmo più un deista, già al tempo trovava un unico dio per tutte le religioni, e notava che in definitiva cambiava il modo di adorarlo ma che poco importava…certo, per le stronzate non aveva pietà, e la sua penna era aguzza, con la sua feroce satira.
Ma come dargli torto? Quando mette in luce le stronzate della Bibbia…non quelle in campo religioso, ognuno creda quello che vuole, no, proprio le cose illogiche, senza senso, gli errori, le discrepanze, le assurdità…ma la Chiesa è chiaro che non poteva tollerare che si ridesse di lei, che si pensasse, beh, se questa è una gran cazzata, non è che tutta sta roba è una stronzata?
Però Voltaire non poteva stare zitto, qualndo leggeva nella Bibbia che “in tutto lo Stato c’erano solo due spade di ferro” e poco dopo “venne schierato un eservito di 300.000 uomini”…ma come…ma come è possibile? …O che Salomone avesse delle ricchezze incredibili, ben superiori a tutte le monete presenti nel mondo, e che pure andasse in cerca dell’oro, dalla Regina di Saba…ma come…ma perchè? Se già era (in teoria) di gran lunga il re più ricco del mondo…
E così via. Voltaire ne ha per tutti, sia per i tempi antichi che per i tempi a lui contemporanei, mette alla berlina tutte le scemenze, oggi coi social avrebbe avuto un lavoro infinito, porello.
Permettete che trascriva per intero il capitoletto dedicato alla Genesi della Bibbia. E buon divertimento.
GENESI
Non anticiperemo qui quanto diciamo di Mosè nella voce a lui dedicata; seguiremo, per ordine, qualche passo principale del Genesi.
«Nel principio Iddio creò il cielo e la terra.»
Così è stato tradotto, ma la traduzione non è esatta. Non c’è uomo un po’ istruito che non sappia che il testo porta: «Nel principio, gli dei fecero» oppure «gli dei fece il cielo e la terra». D’altronde, questa lezione è conforme all’antica idea dei fenici, i quali avevano immaginato che Dio, avesse impiegato divinità inferiori per dare ordine al caos, lo sciautereb. I fenici erano da molto tempo un popolo potente, che aveva già la sua teogonia prima che gli ebrei si fossero impadroniti di qualche villaggio sui confini del loro paese. È ben naturale pensare che, quando gli ebrei ebbero finalmente un piccolo insediamento presso la Fenicia, abbiano cominciato ad apprenderne la lingua, soprattutto quando vi furono schiavi. Allora, coloro che impararono a scrivere, si misero bellamente a copiare qualcosa dell’antica teologia dei loro padroni: è così che avanza lo spirito umano.
Nei tempi in cui si crede che Mosè sia vissuto, i filosofi fenici ne sapevano probabilmente abbastanza per considerare la terra come un punto, a paragone della infinita moltitudine di mondi che Dio ha posti nell’immensità dello spazio chiamato «cielo». Ma quell’idea, così antica e così falsa che il cielo sia stato fatto per la terra, è sempre prevalsa nel volgo ignorante. È press’a poco come se si dicesse che Dio creò tutte le montagne e un granello di sabbia, e ci si immaginasse che le montagne siano state fatte per quel granello! Non è possibile che i fenici, così abili navigatori, non avessero dei buoni astronomi; ma i vecchi pregiudizi prevalevano, e questi vecchi pregiudizi furono la sola scienza degli ebrei.
«La terra era tohu-bohu e vuota; le tenebre erano sopra la faccia dell’abisso, e lo spirito di Dio era portato sulle acque.»
Tohu-bohu significa precisamente caos, disordine; è uno di quei vocaboli imitativi che si trovano in tutte le lingue, come «sottosopra», «frastuono», «trictrac». La terra non aveva ancora la forma di adesso, la materia esisteva, ma la potenza divina non l’aveva ancora formata. Lo spirito di Dio significa il soffio, il vento, che agitava le acque. Quest’idea è espressa nei frammenti dell’autore fenicio Sanchuniathon. I fenici, come tutti gli altri popoli, credevano all’eternità della materia. Non c’è un solo autore, nell’antichità, che abbia mai detto che qualcosa sia stato tratto dal nulla. In tutta la Bibbia non si trova nemmeno un passo in cui si dice che la materia venne creata dal nulla.
Gli uomini furono sempre divisi sulla questione dell’eternità del mondo, ma mai su quella dell’eternità della materia.
Ex nihilo nihil, in nihilum nil posse reverti.
Ecco l’opinione di tutta l’antichità.
«Dio disse: Sia fatta la luce, e la luce fu; ed egli vide che la luce era buona e separò la luce dalle tenebre; e Dio chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”: e la sera e il mattino furono un giorno. E Dio disse anche: Sia fatto il firmamento in mezzo alle acque, ed esso separi le acque dalle acque. E Dio fece il firmamento e divise le acque al di sopra del firmamento da quelle al di sotto del firmamento; e Dio chiamò il firmamento “cielo”. E la sera e il mattino furono il secondo giorno ecc. E Dio vide che ciò era buono.»
Cominciamo con l’esaminare se il vescovo di Avranches, Huet, e Leclerc non abbiano avuto veramente ragione contro coloro che pretendono di trovare in questo passo un tratto di eloquenza sublime.
Questo tipo di eloquenza non appartiene a nessuna storia scritta dagli ebrei. Lo stile è qui della massima semplicità, come nel resto dell’opera. Se un oratore, per far conoscere la potenza di Dio, si servisse di questa sola espressione: «Egli disse: Sia fatta luce, e la luce fu», sarebbe veramente sublime. Tale è quel passo di un salmo: «Dixit, et facta sunt». È un tratto che, unico in quel passo e posto in modo da rendere una grande immagine, colpisce l’animo e lo rapisce. Ma qui siamo davanti a una narrazione di una semplicità assoluta. L’autore ebreo non parla della luce diversamente da come parla degli altri oggetti della creazione; ripete egualmente ad ogni versetto: «E Dio vide che ciò era buono.». Tutto è sublime nella creazione, non c’è dubbio: ma quella della luce non lo è più di quella dell’erba dei campi. Sublime è ciò che si innalza al di sopra del resto, mentre qui lo stesso tono regna in tutto il capitolo.
Era anche opinione antichissima che la luce non venisse dal sole. Vedendola diffondersi prima del levarsi e dopo il tramontare del sole, gli uomini immaginavano che il sole servisse solo a darle maggior forza. Così l’autore del Genesi si conforma a questo errore popolare; e, per una singolare inversione dell’ordine delle cose, fa creare il sole e la luna addirittura quattro giorni dopo la luce. Non riusciamo a capire come ci possano essere un mattino e una sera prima che ci sia un sole: c’è qui una confusione che è impossibile sbrogliare. Quell’autore «ispirato» si conformava ai vaghi e rozzi pregiudizi del suo popolo. Dio non pretendeva di insegnare la filosofia agli ebrei; certo, avrebbe potuto innalzare il loro spirito fino alla verità, ma preferì abbassarsi fino a loro.
La separazione della luce e delle tenebre non appartiene a una fisica migliore; sembra che la notte e il giorno fossero mescolati assieme come grani di specie diversa che debbano venir separati. È abbastanza noto che le tenebre non sono altro che la privazione della luce, e che non c’è luce, in realtà, se non in quanto i nostri occhi ne ricevono la sensazione; ma a quei tempi si era ben lontani dal conoscere queste verità.
Anche l’idea di un firmamento appartiene alla più remota antichità. Ci si immaginava che i cieli fossero del tutto solidi, perché vi si vedevano sempre gli stessi fenomeni. I cieli ruotavano sul nostro capo, e dunque dovevan essere fatti di una materia durissima. E il modo di calcolare come le esalazioni della terra e dei mari potevano fornire acqua alle nubi? Non c’era nessun Halley che potesse fare questo calcolo. Ci dovevan essere dunque dei serbatoi d’acqua, nel cielo.
Questi serbatoi non potevano essere sostenuti che da una volta molto solida: vi si vedeva attraverso, e dunque essa doveva essere di cristallo. Perché le acque superiori cadessero da questa volta sulla terra, era necessario che ci fossero porte, chiuse, cateratte, che s’aprissero e si chiudessero. Tale era l’astronomia ebraica; e poiché si scriveva per gli ebrei, bisognava pur adottare le loro idee.
«E Dio fece due grandi luminari: uno per presiedere al giorno, l’altro alla notte; e fece anche le stelle.»
Sempre la stessa ignoranza della natura. Gli ebrei non sapevano che la luna illumina solo di luce riflessa. E l’autore parla qui delle stelle come di una bagattella, sebbene esse siano altrettanti soli ciascuno dei quali ha dei mondi che ruotano attorno a lui. Lo Spirito Santo si proporzionava allo spirito dei tempi.
«Dio disse ancora: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, che sia padrone dei pesci del mare”…»
Che intendevano gli ebrei per «facciamo l’uomo a nostra immagine»? Quel che intendeva tutta l’antichità:
Finxit in effigiem moderantum cuncta deorum.
Si fanno immagini solo di corpi. Nessun popolo immaginò un Dio senza corpo, ed è impossibile rappresentarselo altrimenti. Si può ben dire: «Dio non è nulla di tutto ciò che conosciamo», ma non si può avere alcuna idea di quello che egli è. Gli ebrei credettero sempre a un Dio corporeo, come tutti gli altri popoli. Tutti i primi Padri della Chiesa credettero anch’essi a un Dio corporeo, finché non ebbero abbracciato le idee di Platone.
«Egli li creò maschio e femmina.»
Se Dio o gli dei secondari crearono l’uomo maschio e femmina, sembra, in questo caso, che gli ebrei credessero Dio e gli dei maschi e femmine. D’altronde non si capisce se l’autore voglia dire che l’uomo aveva dapprima in sé i due sessi, o se intende che Dio creò Adamo ed Eva lo stesso giorno. Il senso più naturale è che Dio formò Adamo ed Eva contemporaneamente, ma questo sarebbe in contraddizione con la formazione della donna, fatta con una costola dell’uomo molto tempo dopo i sette giorni.
«Ed egli il settimo giorno si riposò.»
I fenici, i caldei, gli indiani dicevano che Dio aveva creato il mondo in sei tempi, che l’antico Zoroastro chiama i sei gâhânbâr, così celebri tra i persiani.
È incontestabile che tutti questi popoli avevano una teologia prima che l’orda ebraica abitasse i deserti di Horeb e del Sinai, prima che potesse avere degli scrittori. È dunque assai verosimile che la storia dei sei giorni sia stata imitata da quella dei sei tempi.
«Dal luogo di voluttà usciva un fiume che irrigava il giardino, e di lì si divideva in quattro fiumi; il primo si chiama Pishon (Fison), che gira nel paese di Havila da cui viene l’oro… Il secondo si chiama Ghihon, che circonda l’Etiopia… Il terzo è il Tigri e il quarto l’Eufrate.»
Secondo questa versione il paradiso terrestre avrebbe occupato quasi un terzo dell’Asia e dell’Africa. L’Eufrate e il Tigri hanno la loro sorgente a più di sessanta leghe l’una dall’altra, tra montagne orribili che non somigliano certo ad un giardino. Il fiume che costeggia l’Etiopia, e che non può essere che il Nilo o il Niger, comincia a più di settecento leghe dalle sorgenti del Tigri e dell’Eufrate; e, se il Fison è il Fasi, è ben strano che sia stata messa nello stesso luogo la sorgente di un fiume della Scizia e quella di un fiume dell’Africa.
Del resto, il giardino dell’Eden è chiaramente quello di Eden a Saana, nell’Arabia Felice, famosa in tutta l’antichità. Gli ebrei, popolo molto recente, erano un’orda araba. E menavano vanto di quel che c’era di più bello nel miglior cantone dell’Arabia. Essi si son sempre serviti delle antiche tradizioni delle grandi nazioni in cui si trovavano incorporati.
«Il Signore prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di voluttà perché lo coltivasse.»
È una bellissima cosa «coltivare il proprio giardino», ma è molto improbabile che Adamo potesse coltivare un giardino di sette od ottocento leghe d’estensione. O forse gli furon dati degli aiutanti.
«Non mangiate il frutto della scienza del bene e del male.»
È difficile concepire che ci sia stato un albero che insegnasse il bene e il male, come ci sono peri e albicocchi. E poi, perché Dio non vuole che l’uomo conosca il bene e il male? Il contrario non è molto più degno di Dio e molto più necessario all’uomo? Secondo la nostra povera ragione parrebbe giusto che Dio ordinasse di mangiarne molto di quel frutto; ma bisogna che la nostra ragione si sottometta.
«Come ne avrete mangiato, morirete.»
Tuttavia Adamo ne mangiò e non morì. Molti Padri hanno considerato tutto ciò un’allegoria. In effetti, si potrebbe dire che gli animali non sanno di dover morire, mentre l’uomo lo sa per merito della sua ragione. Questa ragione è l’albero della scienza che gli fa prevedere la sua fine. Una spiegazione che potrebbe essere forse la più ragionevole.
«Il Signore disse anche: “Non è bene che l’uomo sia solo, facciamogli un aiuto simile a lui.”»
Ci si aspetta che il Signore dia ad Adamo una donna. Nient’affatto: il Signore gli dà come compagni tutti gli animali.
«E il nome che Adamo diede a ciascuno degli animali è il loro vero nome.»
Per «vero nome» di un animale si può intendere un nome che designi tutte le proprietà della sua specie, o almeno le principali. Ma questo non si trova in nessuna lingua del mondo. In ognuna vi sono solo alcuni nomi imitativi, come «coq» in lingua celtica e «lupus» in latino. Ma questi nomi imitativi sono in numero minimo. E poi, se Adamo avesse conosciuto tutte le proprietà degli animali, o aveva già mangiato il frutto della scienza, o non c’era bisogno che Dio gli vietasse di mangiarlo.
Osservate che questa è la prima volta che Adamo è nominato nel Genesi. Presso gli antichi brahmani, enormemente anteriori agli ebrei, il primo uomo si chiamava Adimo, «il figlio della terra», e sua moglie Procriti, «la vita»: è quel che dice il Veidam, che è forse il libro più antico del mondo. I nomi di Adamo e di Eva avevano lo stesso significato, nella lingua fenicia.
«Mentre Adamo era addormentato, Dio prese una delle sue costole, e mise della carne al suo posto, e, con la costola tolta ad Adamo, fece una donna e la condusse ad Adamo.»
Il Signore, nel capitolo precedente, aveva già creato il maschio e la femmina; perché dunque togliere una costola all’uomo per farne una donna che già esisteva? Si suol rispondere che l’autore annuncia in un luogo quel che spiega nell’altro.
«Ora il serpente era il più astuto degli animali della terra… Esso disse alla donna…»
In tutto questo passo non si fa nessuna menzione del diavolo; tutto qui è puramente fisico. Il serpente era considerato da tutti i popoli orientali non solo come l’animale più astuto di tutti, ma anche come immortale. In una favola dei caldei si narrava di una lite tra Dio e il serpente; questa favola era stata conservata da Ferecide. Origene la cita nel suo sesto libro Contro Celso. Nelle feste di Bacco si portava in processione un serpente. A quanto dice Eusebio, nella sua Praeparatio Evangelica, libro I, capitolo X, gli egiziani attribuivano al serpente un carattere divino. In Arabia e nelle Indie e nella Cina stessa, il serpente era considerato come il simbolo della vita; è questa la ragione per cui gli imperatori cinesi, anteriori a Mosè, portarono sempre sul petto l’immagine di un serpente.
Eva non è affatto stupita che il serpente le parli. Gli animali han sempre parlato, in tutte le antiche storie; è per questo che quando Pilpai e Loqman fecero parlare gli animali, nessuno ne restò sorpreso.
Tutta questa avventura è talmente fisica e spoglia d’ogni allegoria, che vi si spiega perché, da allora, il serpente striscia sul ventre, perché noi cerchiamo sempre di schiacciarlo e perché esso cerca sempre di morderci; precisamente come si spiegava nelle antiche storie di metamorfosi perché il corvo, che in altri tempi era bianco, oggi è nero; perché il gufo esce dal suo buco solo di notte; perché il lupo ama la strage ecc.
«Io moltiplicherò le tue miserie e le tue gravidanze: partorirai nel dolore; sarai sotto il potere dell’uomo ed egli ti dominerà.»
Non si capisce perché la moltiplicazione delle gravidanze sia una punizione. Era, al contrario, una grandissima benedizione, soprattutto per gli ebrei. I dolori del parto sono forti solo nelle donne delicate: quelle che sono abituate al lavoro partoriscono senza difficoltà, soprattutto nei climi caldi. E invece ci sono animali che soffrono molto durante il parto, e ce ne sono anche che ne muoiono. Quanto poi alla superiorità dell’uomo sulla donna, è cosa assolutamente naturale: è l’effetto della maggior forza fisica, e anche spirituale. Gli uomini in generale hanno organi più capaci di un’applicazione continua e sono più adatti ai lavori della mente e del braccio. Ma quando una donna ha più polso e più acume del marito, ella ne è in tutto la padrona: in questo caso il marito è soggetto alla moglie.
«Il Signore fece loro tuniche di pelle.»
Questo passo prova chiaramente che gli ebrei credevano in un Dio corporeo, dato che gli fanno esercitare il mestiere di sarto. Un rabbino chiamato Eliezer scrisse che Dio coprì Adamo ed Eva con la stessa pelle del serpente che li aveva tentati; e Origene pretende che questa tunica di pelle era una nuova carne, un nuovo corpo che Dio fece all’uomo.
«E il Signore disse: “Ecco Adamo che è diventato come uno di noi.”»
Bisogna rinunciare al senso comune per non convenire che gli ebrei ammisero da principio più dei. Più difficile è sapere che cosa intendessero con la parola Dio, Elôhîm. Qualche commentatore ha preteso che questa parola, che significa «uno di noi», alluda alla Trinità; ma nella Bibbia è certo che non si parla mai della Trinità. La Trinità non è un insieme di più dei, è lo stesso Dio triplice; e gli ebrei non intesero mai parlare di un Dio in tre persone. Con queste parole «simili a noi», è molto probabile che gli ebrei intendessero gli angeli, Elôhîm, e quindi che questo libro fu scritto quando essi adottarono la credenza di queste divinità inferiori.
«Il Signore lo mandò via dal giardino di voluttà perché coltivasse la terra.»
Ma il Signore lo aveva messo in quel giardino perché lo «coltivasse». Se Adamo da giardiniere diventò agricoltore, bisogna riconoscere che il suo stato non peggiorò molto: un buon agricoltore val bene un buon giardiniere.
Tutta questa storia in generale si riferisce all’idea che ebbero tutti gli uomini e che hanno ancora: che i primi tempi fossero migliori dei nuovi. Sempre ci siamo lamentati del presente e abbiamo rimpianto il passato. Gli uomini sovraccarichi di lavoro posero la felicità nell’ozio, senza pensare che la peggiore delle condizioni è quella di non aver niente da fare. E quando l’uomo si sentì infelice, si foggiò l’idea di un tempo in cui tutti erano stati felici. Su per giù è come se si dicesse: «Ci fu un tempo in cui nessun albero moriva, nessuna bestia era né malata né debole, né divorata da un’altra.» Di qui l’idea dell’età dell’oro, dell’uovo bucato da Arimane, del serpente che rubò all’asino la ricetta della vita felice e immortale, che l’uomo aveva messo sul suo basto; di qui il combattimento di Tifone contro Osiride, di Ofioneo contro gli dei, e quel famoso vaso di Pandora, e tutte quelle antiche favole delle quali qualcuna è divertente, ma nessuna è istruttiva.
«Ed egli mise nel giardino di voluttà un cherubino con una spada volteggiante e fiammeggiante per custodire l’accesso all’albero della vita.»
La parola Kerub significa «bue». Un bue armato di una spada fiammeggiante fa una curiosa figura davanti a una porta. Ma gli ebrei rappresentarono più tardi degli angeli in figura di buoi e di sparvieri, sebbene fosse loro proibito fare qualsiasi immagine. Sicuramente essi presero quei buoi e quegli sparvieri dagli egiziani, da cui imitarono tante cose. Gli egiziani venerarono dapprima il bue come simbolo dell’agricoltura, e lo sparviero come quello dei venti; ma non fecero mai di un bue un portinaio.
«E i figli di Elôhîm, vedendo che le figlie degli uomini erano belle, presero per mogli quelle che scelsero.»
Anche quest’immaginazione fu comune a tutti i popoli: non c’è paese, esclusa la Cina, in cui qualche dio non sia sceso a fare figli con qualche ragazza. Questi dei corporei discendevano spesso sulla terra per visitare i loro domini; vedevano le nostre ragazze e sceglievano le più belle; i figli nati dal connubio di questi dei con donne mortali dovevano essere superiori agli altri uomini; così il Genesi non manca di dire che questi dei che si unirono alle nostre ragazze misero al mondo dei giganti.
«E io farò scendere sulla terra le acque del diluvio.»
Osserverò soltanto che sant’Agostino, nel suo De civitate Dei, dice: «Maximum illud diluvium graeca nec latina novit historia»: né la storia greca, né quella latina conoscono questo grande diluvio. Infatti, in Grecia, si sapeva solo di quelli di Deucalione e di Ogige, considerati come universali nelle favole raccolte da Ovidio, ma del tutto ignorati nell’Asia orientale.
«Dio disse a Noè: “Io stringerò un patto di alleanza con te e con la tua progenie dopo di te e con tutti gli animali.”»
Dio che si allea con le bestie? Bella unione!, dicono gli increduli. Ma se egli si allea con l’uomo, perché non con la bestia? Anch’essa è dotata di sentimento, e nel sentimento c’è qualcosa di altrettanto divino che nel pensiero più metafisico. D’altronde gli animali sentono molto più di quanto non pensi la maggior parte degli uomini. Molto probabilmente, proprio in virtù di quel patto, Francesco d’Assisi, fondatore dell’ordine serafico, diceva alle cicale e alle lepri: «Canta, sorella cicala; bruca, fratello leprotto.» Ma quali furono le condizioni del patto? Che tutti gli animali si sarebbero divorati l’un l’altro; che si sarebbero nutriti del nostro sangue, e noi del loro; che, oltre a mangiarli, li avremmo ferocemente sterminati; ci resta soltanto di mangiare i nostri simili scannati con le nostre mani. Se ci fosse stato un tale patto, sarebbe stato un patto col diavolo.
Probabilmente tutto questo passo non vuol dire altro che Dio è ugualmente padrone assoluto di tutto ciò che respira.
«E io metterò il mio arco nelle nubi e questo sarà un segno del mio patto…»
Notate che l’autore non dice: «Ho messo il mio arco nelle nubi», ma dice: «metterò»; il che evidentemente presuppone che era opinione comune che l’arcobaleno non fosse sempre esistito. È un fenomeno causato dalla pioggia; e qui lo si presenta come qualcosa di soprannaturale, per avvertire che la terra non sarà più inondata. È strano scegliere il segno della pioggia per rassicurare che non moriremo annegati. Ma si può anche rispondere che, nel pericolo dell’inondazione, si è rassicurati dall’arcobaleno.
«E, verso sera, i due angeli arrivarono a Sodoma…»
Tutta la storia dei due angeli che i sodomiti volevano violentare è forse la più straordinaria che l’antichità abbia inventato. Ma bisogna considerare che quasi tutta l’Asia credeva nei demoni, incubi e succubi; che per di più quei due angeli erano creature più perfette degli uomini, e dovevan essere più belli e suscitare, in un popolo corrotto, desideri più violenti che non gli uomini ordinari.
Quanto a Lot, che propone ai sodomiti le sue due figlie al posto dei due angeli, e alla moglie di Lot, mutata in una statua di sale, e a tutto il resto di questa storia, che si può dire? L’antica favola araba di Ciniro e Mirra ha qualche affinità con la storia dell’incesto di Lot con le sue figlie; e l’avventura di Filemone e Bauci non è priva di analogie con quella dei due angeli che apparvero a Lot e a sua moglie. Quanto alla statua di sale, non sappiamo a che somigli: forse alla storia di Orfeo e di Euridice?
Ci sono stati dei dotti che hanno preteso che si togliessero dai libri canonici tutte queste storie incredibili che scandalizzano i deboli di spirito, ma si è risposto che questi dotti erano cuori corrotti, persone da mandare al rogo; e che è impossibile essere un onest’uomo se non si crede che i sodomiti vollero violentare due angeli. È così che ragiona una genìa di mostri che vorrebbero dominare le menti.
Alcuni celebri Padri della Chiesa hanno avuto la prudenza d’interpretare tutte queste storie come allegorie, secondo l’esempio degli ebrei, e soprattutto di Filone. Alcuni papi, più prudenti ancora, vollero impedire che si traducessero in volgare questi libri, per timore che gli uomini fossero in grado di giudicare quel che si proponeva loro di adorare.
Dobbiamo concludere che coloro che intendono perfettamente questo libro devono essere tolleranti verso coloro che non lo intendono, infatti, se questi non ci capiscono niente, non è colpa loro; ma chi non ci capisce niente, deve a sua volta essere tollerante verso chi capisce tutto.
2 righe di recensione
I son tante.cise acute e tante che poi adesso abbiamo in qualche modo superato. È una gran bella lettura, se sì pensa che è ben prima dei metodi moderni di analisi.
Adesso chiedo a ChatGPT di farmi il riassunto del riassunto del tobanis
Du’ palle